Il talento di Laura per la primavera

Laura Primomarzo la conosce bene
la fortuna della neve bianca di latte

– e nel ventre un altro figlio, ancora –

Lei che rimediava stelle
per rammendare un buco vergine
di madre, nel cuore.
E velava sogni sull’organza centolire
e l’esponenziale moltiplicazione
delle olive nere, in credenza.
I pesci, invece, restavano spesso muti.
E fece primavera di tutti gli inverni
coi fiori stampati, nel piatto.

Una vetrina

Ho messo in vetrina
un sorriso che sta fermo e zoppo
sulle sue gambe. L’ho messo in vetrina
nella sua posa migliore, s’intende:
quella dalla quale si vede il mediterraneo. Tutto.

E qualcuno che si fermi e lo guardi, c’è sempre
e mai per acquistarlo – soltanto possederlo
per quel solo unico attimo.
Come è anche solito che qualcuno
non veda che una pozzanghera
di quando piove poco e male – fuliggine e indolenza.

L’ho messo in vetrina perché così
non barcolla più e, piuttosto che
continuamente precipitare nuvole
di incanto, piuttosto, piuttosto muore.

Ma non come qualcosa che dimentico.
Come qualcosa che ho perso.

ghiacciaRia

i gomiti sul tavolo
disegnano il vuoto preciso
di una solitudine: un cerchio chiuso
che a contenermi non mi basta

tutto resta fuori:
le mani,gli occhi,le gambe
e il cuore
come un buco d’amore
che mi annaspa
dentro

e niente è lasciato al caso
neanche l’arco semichiuso
di una porta aperta
e un po’ di luce dentro

ché dentro fa freddo!
lo vedo il ghiaccio sui vetri
quello che resta intorno al mio nome
scritto col dito.
dice: francesca
e poi tace

esattamente freddo come era prima

(Agosto 2007)

Genesi di una solitudine

C’era una volta la fame originale
su una tavola di bambola
tutta a quadretti
e vasi con i fiori annisettanta
rossi e gialli e verdi
che facevano la polvere
sulla solitudine

(la plastica non aveva neanche
il profumo di una cosa morta)

I miei occhi impararono a scrivere
lacrime a stampatello
sui quaderni col lucchetto
e mi salvava una luce di stella
convessa, caldissima
40 watt di carezze, ogni volta.

 

Una piastrella

Usura diagnosticata:
piastrella di ceramica
ventiperventi
stagionatura a caldo di almeno
una generazione in scatole
condominiali

e transumanza di margherite
povere povere
millenovecentosettantaquattro
suole di cuoio
recidive

Prescindo comunque
i passi singhiozzati in su e giù
ricalcando le geometrie arrabbiate
della voce e
l’insolente tramestio
delle sedie

e le volte
che notti di polemiche lampadine
precipitavano
in gravità metalliche
e cocci rotti
forever

e non ricordo
che nessuno avesse predetto
destino più inesorabile

troppo facile morire così
troppo.

Le fughe rotte non rimarginano